Non si può fare finta che alla Resega non sia successo niente. I tifosi del Lugano hanno fatto entrare una vagina nel tempio del gioco maschio per eccellenza. Un affronto. C’è da augurarsi che non accada mai più.
“Coreografia esplicita”, ha titolato Ticinonews, mentre il Corriere del Ticino l’ha messa sul politically correct: “una petizione contro la coreografia della nord” e, in effetti, uno a cui non piace la patata ha lanciato una raccolta firme sottoscritta da altri 171 anti-vaginisti. Un sondaggio Piepoli rende attenti al fenomeno degli indecisi i cui voti, probabilmente, andranno tutti a favore di Putin, un altro che ha mostrato tolleranza a bizzeffe in occasione delle olimpiadi invernali del 2014, soprannominate niente Frochi a Sochi.
Ma torniamo alla vaginona con cui i tifosi del Lugano hanno profanato la Resega, cosa di una gravità assoluta che meriterebbe una sezione apposita del Codice penale. Le polemiche lanciate dalle femministe passano in secondo piano. “La donna è più di una vagina”, recriminano i vagino-sovvertitori, facendo finta di essere del tutto estranei a quel postulato della fisica che esalta le donne fino al punto di doverne gonfiare di più se ce ne fosse penuria.
Per questi tifosi indignati la vagina, insomma, rovinerebbe il buon nome dello sport, che invece gode come un masochista incastrato nel filo spinato quando qualcuno lo usa come pretesto per creare polemiche inutili.
Il fatto che quattro bellimbusti abbiano deciso che il Lugano è meglio della figa (contenti loro…) non ha fatto riflettere nessuno sull’opportunità di ridisegnare quel concetto di femminismo che da 60 anni viene storpiato a ogni piè sospinto: “l’utero è mio e lo gestisco io!”, gridavano le femministe americane, quelle della prima ora, quelle che nel sesso avevano trovato qualcosa in più del sesso e nell’amore qualcosa in più dell’amore. Alle nostre latitudini, 60 anni dopo, tutto questo si traduce nel trovare volgare una coreografia che richiama alla donna e al suo organo più famoso, con buona pace dei movimenti per l’emancipazione della donna che trovavano similitudini tra fiori, vita e vagina.
Una lezione di emancipazione lunga decenni partita da lontano e arrivata stanchissima in Ticino, dove per anni le donne si sono lamentate di essere trascurate dai mariti durante i fine settimana di sport, tra campionati di calcio italiano e svizzero e l’hockey. Ora che qualcuno ha deciso di portare una donna alla Resega, ci sono donne che si lamentano ancora. Incontentabili.
La verità, e questa include anche i bacchettoni di ogni età, razza e credo, è che la vagina sta molto meglio nella cache dei browser, al riparo da occhi indiscreti e dalle reazioni senza capo né coda.
Quella esposta alla Resega prima del derby non era una vagina, era una coreografiga fatta male. Evidentemente troppo hockey distoglie dalle cose essenziali e quei ragazzacci che hanno rovinato il buon nome del disco su ghiaccio sono usciti dal culo di una cicogna e sono stati educati da un gruppo di babbuini misogini.
Quelle che si sono scagliate con più forza contro la sfortunata coreografia sono state proprio le signore, a cui non interessa che oggi ci sono donne che guidano camion, che partecipano a missioni spaziali e che fanno ricerca cellulare e giocano persino a hockey. A loro interessa fare capire che la donna ha un senso olistico che non entra in una vagina, restando chiuse in quella caverna culturale da cui, sostengono, sono usciti quattro ragazzotti che hanno voluto divertirsi un po’, per una sera, senza malizia e senza cattiveria.

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