L’incontro di pochi giorni fa a Palazzo delle Orsoline tra Paolo Beltraminelli e il Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni è destinato a entrare nei libri di storia, come quello tra Richard Nixon e Mao Tse-Tung, quello tra Winston Churchill e Stalin, quello tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov e quello tra Norman Gobbi e un vocabolario.
Lo scopo del rendez-vous tra Beltraminelli e Maroni era, come noto, risolvere un problema che da tempo riguarda il Nord Italia: se ai primi di ottobre dobbiamo già andare in giro con i maglioni di lana e il cappotto invernale, a dicembre cosa facciamo? Moriamo di freddo? Ah, e poi si è parlato anche di frontalieri.
Ma chi sono, di preciso, i frontalieri? Cosa vogliono? È vero che nelle notti di luna piena si trasformano in lupi e ululano verso il cielo per distrarre gli svizzeri e fottergli il lavoro?
Da definizione, i frontalieri sono cittadini che risiedono in uno Stato e lavorano in un altro Stato. Un po’ come Ezio Greggio, che lavora in Italia pur risiedendo a Montecarlo (o almeno questo è quello che è riuscito a far credere – il fatto che lavori, intendiamo), o come Dio, che lavora in Vaticano pur risiedendo in ogni Paese del mondo (ma dietro la storia dell’ubiquità deve esserci un trucco per pagare meno tasse).
Pare, però, che i frontalieri abbiano l’abitudine di rubare il lavoro ai ticinesi: esatto, non le macchine di lusso, i gioielli, i quadri più preziosi o i soldi, ma il lavoro. Già questo aspetto contribuisce a far capire che non si tratta di esseri molto intelligenti: invece di rubare per non lavorare, rubano per lavorare.
Secondo una diffusa leggenda metropolitana, i frontalieri sono soliti lasciare segni sulle porte e sui citofoni per segnalare agli altri frontalieri se negli edifici c’è lavoro da rubare o meno. Un’altra credenza mai smentita è che i frontalieri italiani vivano, in realtà, nelle fogne di Lugano, e si alimentino di topi, rifiuti urbani e stereotipi razzisti.
Maroni e Beltraminelli hanno parlato anche di questo: il Presidente del Consiglio di Stato, in più, ha aggiunto che una volta un suo amico ha conosciuto un frontaliere in un bar, è andato con lui in un motel e al mattino si è risvegliato leggendo sullo specchio una scritta con il rossetto che diceva “Benvenuto nel mondo dei frontalieri”.
Maroni ha raccontato, invece, la storia del frontaliere riconoscente: un signore di Como che dopo aver perso il portafogli sul sedile di un treno che lo avrebbe dovuto portare a Mendrisio se l’è visto restituire da un altro passeggero, e si è sdebitato avvertendo l’uomo di non prendere il treno il giorno di Pasqua, perché sarebbe successo qualcosa di brutto. E in effetti a Pasqua qualcosa di brutto è successo: è passato un controllore.
Al termine dell’incontro, sia Beltraminelli che Maroni si sono trovati concordi a proposito della necessità di limitare il flusso di lavoratori dall’Italia alla Svizzera, soprattutto perché tale flusso lascia dietro di sé delle pericolose scie chimiche che contengono sostanze dannose per le persone: razzismo, paura del diverso e diffidenza.

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