Interrogazioni parlamentari, incitamenti a usufruire delle stazioni invernali ticinesi, meteorologia che non collabora con le infrastrutture sciistiche del nostro cantone, rieccoci a scivolare sui pendii tremendamente scivolosi che interessano le settimane bianche. Il mio discorso non sconfinerà quasi dal mondo della scuola elementare, il settore dell’istruzione che meglio conosco. Lo stimolo a questa riflessione mi è venuto durante un viaggio sul bus: per una decina di minuti ho potuto ascoltare, con un maligno piacere devo pur confessare, il dialogo tra due passeggeri, un uomo e una donna tra i trenta e i quaranta. I due figuri, sicuramente si erano già incontrati per altre casualità della comune vita cittadina e quindi, per me, qualche allusione nel loro discorso non era completamente chiara. In ogni caso in entrambe le loro famiglie doveva essere giunto sul tavolo da cucina, estratto con il dovuto orgoglio dallo zaino, sicuramente firmato, dai rispettivi rampolli (femmina in un caso, maschio nell’altro) il plico di fogli diligentemente redatti e debitamente vidimati dalla direzione scolastica, sul primo dei quali si annunciava la settimana in montagna a fine gennaio. “Una pagina intera di cose da prendere!” – dice la donna – “C’è da stare in ballo mezza giornata per preparare tutto. Questa gente non sa quanto lavoro ha in ballo una donna di casa. Sei paia di mutande, una decina di paia di calze, due paia di guanti! E poi quella mania di far marcare la biancheria con le etichette. Quest’anno poi, ci sarà solo neve sparata dai cannoni, quindi una lastra di ghiaccio con i sassi che spuntano qua e là. Oltre al tempo per preparare tutto, cinque giorni a casa con il pensiero che tuo figlio si faccia male. E poi ventiquattro bambini con uno solo che li guarda. Io che quando andiamo a Pesciüm sto al ristorante a guardare il mio Santino che prende lo scilift e non lo mollo un attimo con lo sguardo.” “Eh sì,” – continua l’altro – “Chissà cosa combinano poi quando sono in casa alla sera? L’anno scorso mia figlia si è fatta male perché correndo aveva centrato un radiatore. Ma si può andare ancora in un alloggio che ha ancora i radiatori? Ma hai letto quello che c’era l’altro ieri sul giornale? Sì, di quel giovane che si è buttato da una terrazza. Ci scommetto che questo tipo di bravate l’aveva imparato a scuola montana.” Questa allusione senza dubbio deve essere corroborata da un’altra prova a carico e la donna quindi si sente in obbligo di aggiungere il suo carico. “Sai, la mia nipote, la figlia di mio fratello, quella che frequenta già la scuola media, durante la settimana bianca di un paio di anni fa è finita all’ospedale. Con le sue amiche ha fatto una gara a chi mangiava più wienerli. Ha vinto lei, ma dopo ha cominciato a star male. Hanno dovuto portarla via e farle la cura con una … con … sì con quell’erba, mi pare che abbia il nome di un’erba … ah sì, la lavanda.” Il discorso fra i due sarà continuato fino al capolinea, ma dovevo scendere e a malincuore ho premuto il pulsante che annunciava la mia intenzione. Nel frattempo pensavo a quante volte mi sono battuto per mantenere settimana verde e settimana bianca nella sede dove ho insegnato. Per fortuna i genitori non sono tutti così. Poi sorridendo ho ripescato dalla memoria un episodio che mi era capitato una ventina di anni fa. Sulla lista avevamo scritto due pile e un ragazzo ci era arrivato senza questi indumenti caldi, ma con due batterie per la torcia elettrica. L’anno successivo la parola pile era stata sostituita con giacche di tessuto sintetico.

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