Il circo continua

Gli odori. Qualche volta capita che siano loro a riportare in vita i ricordi, a rianimarli. A farli rifiorire. Così, se devo pensare al circo, se davvero voglio riaprire quel cassetto lì, a teletrasportarmi sotto ai riflettori, nel bel mezzo dell’arena fra acrobati, tigri, nani, clown e giocolieri, è per prima cosa l’odore avvolgente, la dolce fragranza di paglia misto segatura misto piscio d’elefante, a farlo. È quello lì, per me, il profumo del circo. La sua magia. A rifletterci su per un attimo, volendo, ci sarebbero pure l’aroma pieno e di grande carattere della merda di stallone purosangue arabo e il fetore pestilenziale dell’alito d’ippopotamo a giocarsela. Ma poi pensandoci bene, per quel gruppetto di bambini delle scuole elementari e, tra loro, c’ero anch’io, l’episodio che rimarrà marchiato a fuoco nelle piccole menti di quegli innocenti cuccioli d’uomo, impresso per sempre, indelebile come navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, è senza ombra di dubbio il momento in cui il papà di Dumbo s’è lasciato andare e senza alcuna vergogna, davanti a tutti, s’è svuotato la vescica esibendosi in quella che all’epoca è stata, e avremmo poi ricordato negli anni a venire, come la più grande pisciata della storia che ci abbia visto spettatori. Una pisciata assolutamente memorabile.

Ed eccolo lì, finalmente svelato, il segreto del più grande spettacolo del mondo. E guarda caso, prima che pochi giorni fa il celeberrimo e glorioso circo Barnum, dopo 146 anni d’attività annunciasse la sua chiusura, a maggio, lo stesso Barnum c’aveva dato un taglio proprio con gli elefanti. In quell’occasione il “Ringling Bros. and Barnum & Bailey” una vera e propria istituzione negli Stati Uniti, aveva mandato in scena, per l’ultima volta, i sei pachidermi asiatici rimasti. In un’esibizione strappacore. Protagonisti di uno spettacolo che, di certo, non può non aver traumatizzato tutti i bimbi presenti. Immaginante infatti i sei entrare in scena tenendosi mestamente per la coda e uno di loro, in lacrime, fare poi il giro dell’arena ascoltando l’inno americano con le zanne a mezz’asta. Roba che solo il finale del primo Rambo è probabilmente triste uguale. Unica ma davvero magra magrissima consolazione, pensando agli animalisti che per anni hanno rotto i coglioni riguardo al modo in cui venivano trattati, è stato il fatto che i sei trascorreranno il resto dei loro giorni in Florida, in una casa per elefanti anziani, con un branco di 40 loro simili, dove saranno studiati da oncologi per capire a cosa sia dovuta la loro straordinaria resistenza al cancro. Un cancro che però, alla fine, s’è mangiato il circo per antonomasia. Barnum, che con i suoi animali esotici, i costumi sgargianti e gli acrobati che sfidavano la morte, è stato un intrattenimento amatissimo a partire dalla metà del 1800. Era infatti il 1871 quando Phineas Taylor Barnum mise su uno spettacolo itinerante con tanto di freaks al seguito. Tra le attrazioni che lo resero celebre si ricordano lo scheletro di Cristoforo Colombo, il Gigante di Cardiff e la sirena della isole Figi. Ma tutto ebbe inizio con una schiava di colore che il vulcanico P.T. Barnum sosteneva avere la bellezza di 161 anni ed era stata perfino la balia di George Washington, primo presidente nella storia degli Stati Uniti. Insomma, uno di quei cazzari che oggi non sfigurerebbe di certo se messo a confronto con l’attuale presidente.

Ed eccoci al punto. Balie, presidenti ed elefanti. Elefante che, guarda un po’, è da sempre il simbolo del Partito Repubblicano. E non vi pare quantomeno bizzarro che la chiusura del leggendario Circo Barnum coincida con l’insediamento alla Casa Bianca di Donalduccio Trump? Trump che con il suo ciuffo fosforescente e la sua straordinaria capacità d’inventarsi balle avrebbe senza dubbio trovato spazio tra i fenomeni da baraccone del più grande spettacolo del mondo? Ad aver accoltellato e ucciso il circo Barnum ci sono stati l’arrivo di cinema, tv e videogiochi, poi internet e forse Youtube. Mettiamoci pure gli alti costi di gestione e gli animalisti. Ma ad aver inferto, il colpo, l’affondo decisivo all’ultracentenaria creatura del geniale P.T. Barnum è qualcos’altro. E l’amara consapevolezza che il circo, oggi, nel senso più tradizionale del termine, non ha più ragione di esistere. Ha perso. O vinto, forse. Perché il “circo” è ovunque. Tanto più se il primo dei pagliacci è il presidente. Già. Aldilà dell’oceano, nella stanza dei bottoni c`è un clown, un buffone. E ormai l’interesse e l’invidia per il pene di un elefante sono solo il frutto di ricordi e odori che nutrono la nostalgia di un passato che riposa in pace. Lontano e distante nel tempo. Perché, di sicuro, nulla è per sempre. Neppure il più grande spettacolo del mondo.

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