Vi ricordate di quelli che fino all’ultimo dicevano “ma no, ma dai, alla fine poi vince sicuro la Clinton” oppure ancora “macché, ma no, vedrai che una volta eletto smetterà di fare il diavolo a quattro”. Ecco. Io dubito fortemente che siano gli stessi che oggi di Adolf Hitler vi direbbero che in fondo era una brava persona. Un po’ disturbato forse, ma di gran cuore, in fondo. E invece che con Trump non ci saremmo mica annoiati noi l’avevamo intuito fin da subito. Noi. Proprio come il documentarista panzone Michael Moore. Quello di “Bowling for Columbine”, il documentario sulle armi vendute come fossero noccioline. Moore che, dopo aver profetizzato la vittoria del magnate repubblicano alle primarie e poi alle presidenziali, oggi si gioca le balle scommettendo che Donalduccio difficilmente riuscirà ad arrivare a fine mandato perché convinto del fatto che “un narcisista del suo livello finirà di sicuro per infrangere qualche legge”. Qualche? E infatti a dare fin da subito il buongiorno all’America ci ha pensato il bando con il quale Donalduccio rispediva a calci in culo al mittente i mussulmani di 7 paesi, ahimè, finiti nel suo mirino. Eppure sfiga vuole che, a disarmarlo in tempo, a confiscagli le cartucce ci abbia pensato – guarda un po’ il caso – un giudice, annullando tutto perché nella terra della libertà e delle opportunità per tutti, nessuno è al di sopra della legge, nemmeno il presidente.

Del resto, che cosa ci saremmo potuti e dovuti aspettare da un navigato filibustiere, finito in bancarotta in più occasioni a causa della sua spudorata spacconaggine e che prima di fare il bullo alla Casa Bianca aveva spopolato alla tivù, in un reality dove licenziava con mucho gusto chi gli stava sul torrone? In un copione già scritto, in un film già visto, tutto questo c’era d’aspettarselo. Va bene. Che avrebbe piantato casini fin da subito, sfidando la Cina e dandole la colpa per aver fatto circolare la balla del surriscaldamento globale? Già lo sapevamo. Che avrebbe tolto il divieto ai malati di mente di comprare armi e munizioni? Figuriamoci. Che avrebbe smantellato le leggi pensate per impedire alle banche d’affari quelle speculazioni che nel duemila e otto portarono al collasso l’economia mondiale? Ci siamo. Ce lo aspettavamo. Un po’ meno, invece, che a dar del filo da torcere rubando la scena, la passerella al nostro palazzinaro a stelle e strisce dall’inquietante ciuffo arancione ci sarebbe stata perfino la moglie Melania.

Nata Melanija Knavs e germanizzata come Melania Knauss. Una modella slovena che, nemmeno col cognome nuovo di pacca, è però riuscita a non finire con tutte le scarpe nella tela intessuta dal ragnetto Donalduccio. Melania, la first lady. La terza moglie del puttaniere, misogino e per di più presidente. Ma voi, almeno vagamente, qualcuna delle first lady del passato ve la ricordate ancora? Vediamo. C’è stata Nancy Reagan tutta oroscopi e lotta senza quartiere alla ddroga (con due dì). Barbara, la buzzicona Bush con tanto di barboncino in testa. Insomma ce ne sono state davvero parecchie. E stendiamo un velo di pietà sulla povera Hillary. Cornuta, cornificata dal marito Bill, e mazziata da Trump. E in tutto questo, la povera Melania?

Lei arranca, s’arrabatta. Ci prova in tutti i modi a essere all’altezza. Non solo della Trump Tower. Ma la sua sofferenza in tutto questo circo si vede lontano un miglio. Al punto che, mentre il mondo intero aveva gli occhi puntati sulla cerimonia d’insediamento del maritino e non pochi erano quelli che stavano col mal di pancia misto nausea e vomito a veder diventare Donalduccio uno degli uomini più potenti del mondo, mai ci saremmo aspettati che fra questi, fra le facce tristi e sconsolate ci fosse pure quella di Melania, mummificata viva in un tailleur azzurro riesumato dal guardaroba di Jacqueline Kennedy. Melania che, per non sfigurare nei confronti di chi l’ha preceduta, scopiazzando di qua e di là, è finita per ripetere, virgole comprese, le stesse identiche parole di Michelle Obama in occasione dell’investitura del marito quale candidato repubblicano alla presidenza. Una donna costretta in un ruolo che francamente si sarebbe risparmiata, almeno a leggerle le espressioni di sconforto e infinita mestizia dipinte sul volto. Tant’è che non è servita neppure la copertina di febbraio, della versione messicana di “Vanity Fair”, a farle un bel lifting al morale, a ricaricarle un po’ l’ego. Per capirci la copertina è quella in cui lei indossa un abito bianco ed è intenta a strafogarsi di diamanti come fossero spaghetti. No, perché di lì a poco ci ha pensato il rais del pollaio a ristabilire l’ordine, accaparrandosi una memorabile copertina, ben più nuda e cruda di quella della sua bella. Quella di “Der Spiegel” che vede Donalduccio con un machete insanguinato in una mano e la testa della statua della libertà nell’altra. Forse un avvertimento per la triste Melania che, come la libertà, è pure lei femmina e tenuta sotto scacco dal despota consorte? Quel che conta è che, in rete e non solo, sono spuntati come funghi gli appelli e le suppliche affinché la bella slovena se la dia il prima possibile a gambe levate! Uno, a quanto pare, perfino a firma di Veronica Lario. Già. Perché come cantava coso “È un mondo difficile… È vita intensa. Felicità a momenti, e futuro incerto.”Ma proprio assai, aggiungiamo noi, anche se sei la più fica del reame.

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